Dal 24 maggio ho ripreso a sviluppare, scansionare e guardare con calma parte dei rullini accumulati. Giorni qualunque tra Treviso, Padova, Verona, un Veneto che sto ancora cercando di capire fino in fondo… e poi feste popolari siciliane, momenti di vita vari, i carnevali così ben ordinati al nord, il funerale di Pippo Baudo e il rispetto di un popolo amico.
Materiale molto diverso tra loro, eppure accomunato dalla stessa sorte: sviluppato, tagliato, catalogato, infilato nel pergamino, e dopo una visione sommaria su una tavola luminosa, rimasto lì per mesi, tanti mesi.
Questo viaggio nella memoria mi ha fatto riflettere sul mio processo produttivo.
Dove si inceppa l’ingranaggio?
Un vizio non solo analogico
Si tende a pensare che accumulare rullini non sviluppati sia un vizio di molti fotografi analogici, me compreso, una conseguenza naturale di un processo apparentemente lento che impone soste forzate.
Non è proprio così. Molti fotografi che usano il digitale vivono un problema simile, anche se speculare. Ricordo bene come centinaia di file sul mio hard disk, dopo l’importazione, restassero spesso in attesa di una visione attenta, una situazione non troppo distante da un raccoglitore di pergamini pieni di negativi posato su uno scaffale.
Il rischio nel primo caso, come mi è successo dopo l’ultimo trasloco, è che prima di fare il solito backup di sicurezza l’hard disk ti lasci per strada, per fretta, per negligenza, per incuria, per mille altri motivi. Non importa: alla fine ti lascia, e tu puoi solo salutarlo.
Cambia il supporto, cambia la velocità con cui si accumula, ma il rischio è sempre lì che ti aspetta: scatti e osservi poco quello che hai scattato.
C’è però una cosa che mi ha sempre stupito della pellicola. Ogni singolo rullo, non so come, si fissa nella testa. Ricordo ogni scatto, ogni momento, ogni luce. Ed è forse proprio per questo che rimandi, rimandi, rimandi ancora, come se quella memoria interna bastasse a giustificare l’attesa.
Il collo di bottiglia… sono io
Il laboratorio, nel mio caso, si occupa solo dello sviluppo dei rari rulli a colori. La scansione, l’acquisizione, la selezione le faccio sempre io. Non posso quindi consolarmi pensando che la colpa sia di una filiera esterna troppo lenta. Il collo di bottiglia è chiaro: sono io, che non mi impongo di trovare quel tempo, intenso, riflessivo, sereno, che ogni rullino chiede.
Il fato
Questa riflessione, in verità, nasce dal fato. Forse vorrà dirmi qualcosa. Dopo aver sistemato i pergamini ho preso senza guardare la prima pagina aperta, estratto la prima serie di sei negativi e inserita in questo nuovo aggeggio di cui vi parlerò a breve. Mi sono ritrovato davanti a un rullo di New York. E non solo: un rullo a colori.
Cosa ho rivisto
In questo pergamino, probabilmente finito lì per caso, ho ritrovato una New York fatta di superfici che si riflettevano e di sguardi che non si abbassavano mai, una città che in quei giorni sembrava insistere per essere vista due volte. Riguardando quegli scatti ero nuovamente lì.
Nella mia memoria non riaffiorava solo il momento dello scatto, ma il prima e il dopo, come se quella luce intrappolata nel negativo tornasse a vivere attraverso il mio sguardo.
Mi sono chiesto: sono passati anni e non vi ho dedicato la giusta attenzione. Ho chiesto scusa.
Ed è stato in quel momento che mi sono posto, di nuovo, questa domanda: quanto tempo dedichiamo davvero alla visione attenta di ciò che abbiamo fotografato, alla sua analisi, al suo ricordo, alla sua forma definitiva? Non lo so per voi, ma per me la risposta è stata chiara.
Mi sono imposto di farlo, metodicamente. Di ritrovare un tempo per me e per la mia fotografia. Mio figlio è più grande, e so che il tempo, se non lo cerchi, non lo troverai mai.
Alla prossima.
Leica M6 | Voigtlander 21mm | Kodak Ektar 400 | New York 2018



