Cities Tales 2026, 7 giorni dopo

È passata una settimana da Cities Tales e la sensazione è ancora quella di una cena tra amici finita troppo presto. All’Istituto Italiano di Fotografia di Milano, dentro October Photo, Italian Street Photography ha messo in fila 8 autori, 8 visioni e 2 giorni di confronto. Una specie di speed date fotografico, ma senza imbarazzi.

Per me è stata l’occasione di reincontrare Angelo (Cucchetto) e Sonia (Pampuri), di riabbracciare amici e fotografi di sempre e di confrontarmi dal vivo con autori che da tempo mi incuriosivano per creatività e poetica narrativa.

20 minuti a testa, 5 per le domande, e via il successivo. Warhol ne prometteva 15 di celebrità, Angelo ce ne ha regalati 5 in più. La sua formula si è rivelata efficace: ha permesso di ascoltare tutti senza stanchezza, con un ritmo serrato che ha tenuto alta l’attenzione. Nessuno ha avuto il tempo di controllare il telefono, e di questi tempi è già un miracolo.

La prossima volta, però, servirebbe una micro pausa ogni 3 interventi. 10 minuti per scambiarsi un contatto, commentare un’immagine, fare quel sano matching informale tra autori e pubblico che rende ogni evento vivo e frizzante. Anche perché la macchinetta del caffè ci guardava con aria triste.

Approccio street? Un modo di stare al mondo

Visioni diverse, esperienze diverse, punti di vista diversi… tutti uniti da un’idea condivisa: la street photography come vero e proprio approccio alla propria fotografia.

Lo sostengo da anni, a costo di sembrare il solito disco rotto: la fotografia di strada è un modo di vivere la strada, un atteggiamento verso la realtà, prima ancora che un genere fotografico. A Milano questo pensiero si è palesato come patrimonio comune. Finalmente.

Mi ha fatto molto piacere quando l’amico Giorgio Galimberti, dopo il mio intervento, ha sottolineato come la sua fotografia e la mia, lontane per stile e visione, nascano da un approccio alla strada simile. La nuova “Etnostreet” di Roberto Gabriele, termine da lui coniato, e lo sguardo reportagistico di Raffaele Petralla si muovono sullo stesso terreno: quello del fotografo che attraversa la vita con l’attitudine dello street photographer e la curiosità di un bambino.

E che dire del surrealismo di strada di Carlo Ferrara? Un modo di ripensare l’ordinario in chiave assolutamente artistica e straordinaria, concettualmente universale, capace di trasmettere emozioni forti e visioni personali che prendono il volo e ti restano in testa come un tormentone estivo. Un Magritte dei tempi moderni, con le scarpe consumate e un cappello in testa, che usa la strada come tavolozza e come palcoscenico per costruire le sue rappresentazioni più intime. Immagini private che diventano messaggi universali.

Emanuele Carpenzano e Massimiliano Faralli hanno ribadito un concetto che ogni fotografo di strada conosce bene: la strada ti mostra l’inaspettato, fuori dai cliché. Esci con un’idea in testa e torni a casa con un’altra, quasi sempre migliore. Ti permette di vedere e ritrovare la tua verità, che spesso si allontana da ciò che ti aspettavi e ti avvicina passo dopo passo sempre più verso quei lati umani, a volte profondamente personali.

Ritrovare Julie Hrudová e Richard Bram anche lontano dal palco, sul piano umano prima che fotografico, è stato rivelatore di identità, visioni e follie. Con loro e con l’amico e premiato fotografo Sergio Perez siamo andati a fondo, con leggerezza e tante risate, su aspetti e retroscena del nostro essere fotografi. L’ironia di Richard, tipicamente inglese, ha poi trasformato la serata in una divertentissima radiografia del nostro mondo. Il tutto attorno a una tavola intima, piacevole e dal sapore siciliano. La prima sera ero cotto a puntino… ma pienamente soddisfatto.

Cenerentola ha perso la scarpetta?

Cities Tales è stata dunque un’occasione per incontrare fotografi, svelare visioni e lasciarsi ispirare. Personalmente l’ho vissuta più come un incontro tra autori che come un evento pubblico, anche se pubblico lo era eccome.

Il problema è che il pubblico, come in tutti gli eventi degli ultimi tempi, era ridotto all’osso. I giovani si contavano sulle dita di una mano, giusto qualche appassionato. Il resto? Amatori coetanei e over. Più capelli bianchi che felpe oversize, per intenderci.

Crisi della fotografia contemporanea? Forse sì.

La nostra Cenerentola sembra aver perso fascino agli occhi delle nuove generazioni, e il suo principe nel frattempo scrolla su TikTok e Instagram. Ce lo siamo chiesti un po’ tutti e le risposte, alla fine, convergevano parecchio… ve ne parlerò in un articolo a parte.

Intanto un dato emerge con chiarezza: la fotografia vive una profonda spaccatura generazionale.

Pesano la sua eccessiva democratizzazione, la leggerezza superficiale dei social, il suo uso più come mezzo di comunicazione che come valore reale, il disinteresse diffuso della società e delle istituzioni e, non per ultime, le scarsissime occasioni di fruizione e divulgazione nei luoghi che i ragazzi oggi abitano davvero.

A pochi passi dall’Istituto erano esposte le opere di William Klein. Io l’ho persa, la domenica era chiusa! L’amico Sergio invece c’è andato. Era solo: lui, Klein e un custode. Uno dei padri della fotografia di strada con meno pubblico di una riunione di condominio.

Riflettiamo.

Vi segnalo infine il Roma E’festival 2026 https://romaefestival.com/ ho conosciuto il suo ideatore e compreso l’idea che ha mosso tutto… forse un punto da dover ripartire?

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